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Aa.Vv. (Abbati, Biasone, Caridi, Chiatto, Corrado, Credidio, De Luca, D’Angelo, Di Benedetto, Durantini, Falvo, Formoso, Garofalo, Gionchetti, La Rocca, Marano, Panza, Parise, Pucinotti, Sicoli, Stella, Trecroci, Vigna), Arcipelago liceale

A cura di Enrico D'Angelo
Illustrazioni di Daniele Scarpa Kos
Segretaria di redazione Maria Grazia Pucinotti

| 13,00 € | pp. 136 | 12x18 | 978-88-99627-76-8 | The Writer Edizioni, Marano Principato (CS) 2018 | interno a colori

Arcipelago liceale è un divertissement, un libro atipico e non di genere, che viene alla luce in occasione dei trascorsi cinquant’anni, da quel 1o ottobre 1968, in cui si iniziò come 1a C. Quel primo giorno di scuola, entrammo e sedemmo in tanti ai banchi di un’aula a gradoni, con pedane in legno, che rimandava all’immagine di anfiteatri greci o, piú modestamente, ad alcune aule universitarie; e quel quinquennio (trascorso nel Liceo Scientifico G. B. Scorza di Cosenza, dal 1968-69 al 1972-73) ce lo siamo voluto ricordare – hic et nunc – e reciprocamente regalare.

* * *

Cavallo di ritorno
di Franco Abbati

Non era programmato che, quel pomeriggio, Franco La Rocca venisse a casa mia, né ricordo cosa dovessimo fare, probabile che dovessimo studiare.
Ricorderò sempre l’epilogo, però!
Suona il citofono, Franco sale e, dopo un po’, gli domando come sia venuto fino a Corso Telesio, non era ancora arrivato il caldo e non pensavo fosse in moto, e da casa sua, via De Rada, fino a corso Telesio a piedi non si poteva fare.
Invece era proprio con la moto, un Morini Scrambler.
«L’hai entrata nel portone?» chiedo. «Non preoccuparti, mi sembrava superfluo» (“brutto”, si diceva) «è proprio sotto il tuo balcone» risponde.
Ci affacciamo... nulla, forse è troppo poggiata al muro e non si vede...?
Scendiamo un po’ di corsa, ed ecco la sorpresa: hanno rubato la moto a La Rocca! e proprio sotto casa mia, mi sento un po’ in colpa senza aver fatto nulla!
Lui, per non chiedere nulla, Franco è molto riservato, non mi ha fatto aprire il portone per metterla dentro! E ora, che si fa??
Corso Telesio è Cosenza Vecchia, oggi si dice Centro Storico, e oggi non è mal frequentata e mal abitata come allora. Casa mia, o meglio il palazzo dove abitavo e dove la mia famiglia abita ancora, era proprio a margine dei quartieri malfamati. Non zingari, emigrati, latitanti neri e cose simili, ma la vera delinquenza di Cosenza era lí: ladri, assassini, killer e puttane, passatemi il termine.
Il fulcro era proprio il quartiere a luci rosse di Cosenza, una vera casba: Santa Lucia, si chiamava cosí un incrociarsi di vicoli, viuzze e scalinate dove era pericoloso solo entrarci e dove si svolgeva il mestiere piú antico del mondo, oltre a essere appunto la residenza di tutti quei galantuomini di cui sopra.
Dopo mezz’ora a scervellarci e a cercare di capire il da farsi, tentiamo la carta di coinvolgere un altro compagno di scuola: Nicola Marra.
Due parole su Nicola: ragazzo splendido, riservato, meno sveglio apparentemente di tanti altri, ma affettuoso e coinvolto nel nostro gruppo, anche lui abitante di Cosenza Vecchia, pardon del Centro Storico, e lui, questo sí, proprio a margine di Santa Lucia, per cui a contatto quotidiano, volendo o meno, col mondo dei delinquenti, senza nulla togliere alla sua rispettabilità.
Telefonata e poi appuntamento per raccontargli l’accaduto e domandare se sapesse a chi chiedere qualcosa.
Fu cosí che venimmo a capire che Nicola sapeva bene a chi ci si doveva rivolgere per una moto rubata in quella via e a quell’ora.
Se ne sarebbe occupato lui, avrebbe visto il da farsi per come aiutare a risolvere il guaio vero di Franco La Rocca.
Il giorno seguente, a scuola, chiamiamo in disparte Nicola Marra e chiediamo notizie, ma con poche speranze conoscendo il ragazzo allora abbastanza, apparentemente, imbranato.
Invece Nicola aveva fatto tutto!
Aveva raccolto le informazioni giuste, chi era di furto in quella via a quell’ora per i motorini. Lo aveva individuato e il pomeriggio lo avrebbe cercato per giungere a una soluzione bonaria.
Alle tre e mezza del pomeriggio, senza nessun preavviso, mi suona il citofono... a farvela breve Nicola mi aveva mandato il ladro a casa!
Pur di non aprire, avviso e scendo le scale di corsa, dicendo a casa... la verità: vado da Franco La Rocca.
Davanti il mio portone c’è un ragazzo, ben piú grande di noi, non di molto, jeans e giubbotto, capelli lunghi incolti, fare da bullo, parla cosentino ben piú stretto del normale, si capisce a stento.
Dico súbito che la moto non era la mia, lui ne cavalca una apparentemente molto simile, stessa marca e modello, ma a un mio sguardo o la serie precedente o qualcos’altro di differente che non seppi mettere a fuoco, ben pulita e senza nessun adesivo.
Decidiamo di non perdere tempo, e io di non farmi vedere sotto casa con quel ceffo, e di andare súbito da Franco La Rocca, anche senza avvisare.
Mi dice di montare sulla moto e di indicare la strada, monto, non senza timore, e partiamo.
Per strada cominciamo a parlare, io chiedo se sa che fine ha fatto la moto rubata sotto casa mia il giorno precedente, perché fu súbito chiaro che voleva dei soldi per restituirla, ma volevo sapere se fosse veramente la persona giusta e non un delinquente a caso che voleva approfittare due volte.
Senza tergiversare mi dice che la moto la ha rubata lui, rompendo il bloccasterzo, facile, e senza mettere in moto la ha avviata per le scale che circondano la mia casa dopo il portone sulla destra. Al mio ulteriore chiedere per avere le conferme mi dice, senza remore, che stavamo in moto, proprio sulla moto in questione.
Provo a smentirlo, dicendo che non cercavamo uno Scrambler Morini qualunque, ma proprio quello, e quello di La Rocca aveva il serbatoio ammaccato per una caduta e questo no.
Mi prende la mano e la strofina sul serbatoio facendomi palpare l’ammaccatura!
Un brivido mi percorre la schiena, sono in seria difficoltà: sono seduto su una moto rubata a un mio amico, mi tengo stretto a un ladro che guida come un matto e stiamo andando sotto casa del derubato! Ce n’è abbastanza.
Citofono.
Franco scende, lui si ferma a una certa distanza, forse calcolata, dal portone.
Anche Franco non crede ai suoi occhi.
Inizia una vera trattativa, lui ha avuto spese, la moto è stata lavata, tolti gli adesivi e c’è già chi la vuole acquistare, ma tramite amici di Nicola è stato stoppato e lui, per rispetto, rinunzia alla vendita, però vuole rientrare delle spese.
100milalire.
Franco resta anche lui di sasso.
Prendiamo tempo, di soldi in tasca non ce n’è.
Mi chiede se voglio essere riaccompagnato, con un giro di parole mi svincolo e mi fermo a via De Rada.
Che si fa?
Franco decide, se pur con sacrificio che, purtroppo, la cosa migliore da fare sia accettare, oramai il danno era fatto e per uscirne poteva essere la cosa migliore e piú sbrigativa; avrebbe cercato, con una scusa, ai fratelli maggiori le 100mila lire.
La mattina dopo non sapevamo se ringraziare o arrabbiarci con Nicola per l’accaduto e la mancanza di prudenza... pure il ladro alla porta, ma quello era il modo con quella gente, c’è poco da tergiversare.
Dopo pochi giorni Franco ebbe la moto restituita, non prima di aver rimborsato le spese.
Le spese!
Quel tipo mai piú visto e Nicola, Nicola Marra, zitto zitto, era stato incisivo piú del previsto.

* * *

Dopo l’eclisse...
di Fiorella De Luca

Ritrovarsi suscita un turbine di sensazioni che ti prendono a pelle, risalendo dal profondo dell’animo di ognuno. Ritrovarsi e condividere qualcosa è ancor di piú; è rivivere momenti ai quali abbiamo dato, un tempo, poca importanza, ma che, profondamente incisi nell’inconscio, risalgono alla coscienza, desiderosa di farci riappropriare di una parte di noi: la giovinezza di pensiero.
A distanza di mezzo secolo, molto è cambiato dai nostri anni ’70: qualcuno si è allontanato dal luogo di origine, qualcun altro vi è rimasto radicato; ma quasi tutti, ritengo, hanno vissuto momenti e periodi felici alternati ad altri da dimenticare.
Le esperienze raccolte alla nostra età potrebbero formare un mosaico dalle mille forme caleidoscopiche per bellezza e varietà, ma, non a caso, la proposta di scrivere di noi ha generato entusiasmo. Certo è che non abbiamo rimpianti se stare insieme anche solo per una serata in pizzeria, al grido sgangherato di Jesahel ta-tara-tatara, ci rende vibranti di energia positiva, favoriti dalla rara congiunzione astrale, nell’ammirazione della sanguigna Luna del 27 luglio 2018 in eclisse. Abbandonate cosí le nostre variegate realtà quotidiane, possiamo meglio considerare l’importanza del rapporto d’amicizia semplice e leale che oggi è la nostra carta vincente.
L’amicizia ha certamente varie forme e modi di essere coltivata, ma la spontaneità del linguaggio della nostra recuperata adolescenza la rende straordinaria e tanto rara: si ride per le gaffes dei professori, si ricorda un volto, un luogo, un personaggio; si presentano figli, nipotini, fatti, magari armeggiando goffamente sugli smartphone. Non c’è alcuna costruzione, ma si può comprendere da uno sguardo se e quando evitare domande. C’è purezza e nostalgia nell’immaginario del sé, tanto da far venir fuori un tipo di benessere condiviso, cosí come in poche righe Enrico sottolineava in un suo breve commento a una mia battuta: sarebbe l’azione catartica dello stare insieme, quasi intorno a un falò delle coscienze, a esprimere emozioni profonde rigeneratrici, già riconosciute nelle antiche comunità cattoliche.
E allora... che dire del poeta burbero e strepitosamente responsabile di questo... un grande sognatore il nostro Enrico! Famose erano le sue sonorità boccali (botte) con l’uso del medio, a commentare efficacemente alcuni eventi scolastici, con suo successivo aplomb inglese e aria innocentissima. E poi Maria Grazia dalle mille eccentriche forme di abbigliamento, dagli short ai maxi svolazzanti sulla moto del conte Aron..., dalle piume indossate quella volta senza vergogna per la sera della cena dei cento giorni: fatta sicuramente da una lega molto speciale, come le sue ottime torte di adesso. Vera ‘stolker’ di aneddoti, è riuscita a recuperare, rinsaldandoli, anelli mancanti della nostra collana.
Ecco, quindi, i nostri aneddoti della vita; brevi spunti su fatti accaduti e recuperati, anche per la marcia in piú dell’ottimismo e della carica del grande Maurizio Durantini, con la sua e nostra Gina, leitmotive della classe nei Red-Sox in action. Dal furgone in cui ci caricava per le nostre brevi fughe in giro, oggi escono ed entrano nuove figure artistiche e umane, a perpetuare la saga di una grande famiglia unita nell’abbraccio di tutti noi. Ad maiora!

* * *

Caratteristiche
di Franco Trecroci

La vita di classe, dentro e fuori il liceo, è stata sempre colorata dalla sana e leggera follia di allora, nella quale ognuno di noi ha avuto una piccola o grande parte. Mi sono rimaste impresse le caratteristiche che allora avevano i vari protagonisti di quella vita.
Ricordo, nel primo anno, il professore di religione, piccoletto e di vista corta, che, in un momento di maggiore esuberanza della classe (non rara durante la sua ora), mi sospese attribuendomi un presunto lancio, mai avvenuto, di quaderni o libri.
La professoressa Quintieri, cui per mia fortuna ero simpatico, faceva alle volte domande strane. A Liano una volta chiese: «Come vestivano i Greci?» Imbarazzato e a digiuno di nozioni al riguardo, come tanti di noi, rispose: «Con camice...» e, allo sguardo ancora interrogativo della professoressa, aggiunse «... con le maniche a giro collo...» La Quintieri mise involontariamente in difficoltà Franco Musacchio, che talvolta balbettava, chiedendogli la capitale del Madagascar: Tananarive.
Dal secondo anno, il subentrato prof Mazzuca era diverso. Il tono delle sue lezioni mi sembrava alle volte quasi svogliato. Di meno quando parlava di Cecco Angiolieri, di Tasso, di Catullo o di Petrarca. «Fíorèee...!» diceva quando chiamava la nostra cara Fiorella a riferire.
Mi è rimasta impressa la voce di Mario che si alzava talvolta improvvisamente in piedi, particolarmente durante le lezioni noiose, come se esplodesse in un momento di comprensibile insofferenza, e cantava «... casarella ‘e piscaturi?...». Oppure quella di Massimo, che invocava: «Scatreamiii...!». O, ancora, quella di Danilo, che diceva alla professoressa: «... parlam ’i cose serie...».
Durante una gara di ‘Mathesis’, cui eravamo tutti impegnati (si fa per dire), spezzammo la monotonia intonando, e ritmando sui banchi, ancora una volta un vibrante Jesahel. Credo vibrasse anche l’altra ala del Liceo, perché venne il preside. Quando uscí, lo salutammo come di consueto, con l’incitazione «Lupo!... Lupo!...». Rientrò, e in viso aveva un’espressione che mi sembrava combattuta tra il rigore e un velato compiacimento. Il preside lo ricordo arrivare con la sua Alfa Romeo Giulietta dotata di cuscino sul sedile; in certe occasioni mi sembrava esprimesse, con i suoi piccoli occhi, una certa complicità con la vita studentesca. Fu uno di noi, Enrico, che il giorno di rientro a scuola dopo uno dei tanti ‘filoni’, si fece accompagnare in presidenza da un cocchiere, presentato come nonno. Il sostituto si impadroní del ruolo anche con troppo scrupolo, oltre che a modo suo, cosicché maltrattò fisicamente il ‘nipote’, il quale fu evidentemente contrariato dallo zelo.
Tra le ‘svisate’ alla chitarra, sul pezzo Samba Pa Ti, di Massimo e i nuovi teoremi del prof Santelli c’era pure tanta genialità.
Penso che le tante esperienze di amicizia e di condivisa goliardia hanno avuto un ruolo formativo importante, almeno pari a quello della canonica formazione scolastica.