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Il testo qui presente sarà pubblicato sul numero 20 di «Smerilliana», la cui uscita è prevista entro giugno.


Clive Wilmer

Pastorali urbane

Traduzione dall'inglese di Egle Costantino
Premessa di Emma Sdegno


Clive Wilmer nasce nel 1945 a Harrogate nello Yorkshire e trascorre la sua infanzia a Streatham, distretto nel Sud-ovest di Londra, che ritroviamo anche in Pastorali urbane. Compie gli studi letterari al King’s College di Cambridge negli anni in cui la vita culturale è animata dalle lezioni di Tony Tanner e dalla presenza di Thom Gunn, che considera due influenze determinanti per la sua ricerca poetica. Ed al poeta anglo-americano egli consacrerà un lavoro critico decennale, Selected Poems of Thom Gunn (Faber and Faber, 2017).
Si dedica all’insegnamento della lingua inglese dalla fine degli anni ’60 a Firenze, a Padova ed infine a Cambridge, dove risiederà stabilmente, tenendo dagli anni ’90 corsi universitari di letteratura inglese. Emeritus Fellow del Sidney Sussex College di Cambridge, è stata una delle voci di spicco della trasmissione radiofonica per la BBC Poet of the Month, ed è oggi impegnato in campagne socio-culturali promosse dalla Guild of St. George, di cui è Master. Fondata nel 1871 da John Ruskin, l’istituzione s’ispira a un’etica e a un’estetica del lavoro creativo e manuale, principi che ritornano nelle poesie di Wilmer ed in Pastorali urbane (“Il prato di Tooting Bec”).
Nel 1977 pubblica la sua prima raccolta di poesie The Dwelling-Place (La dimora), seguono Devotions (Devozioni) nel 1982, A Catalogue of Flowers (Catalogo floreale) e Amores nel 1985; The Infinite Variety (La varietà infinita) nel 1989; Of Earthly Paradise (Sul Paradiso terrestre) 1992; Selected Poems (Poesie scelte) nel 1995; The Falls (Le Cascate) nel 2000; Stigmata (Stimmate) nel 2005; The Mystery of Things (Il mistero delle cose) del 2006; New and Collected Poems del 2012. Urban Pastorals (Pastorali urbane) è stata pubblicato da Worple Press nel 2014. Autore di numerosi saggi critici, su Dante Gabriel Rossetti, John Ruskin, Donald Davie, Ezra Pound, William Morris, collabora regolarmente con il Times Literary Supplement, The London Magazine e PN Review.
Pastorali Urbane è una raccolta di brevi poesie in prosa. Il titolo indica un genere poetico e una topografia, in un ossimoro che evidenzia l’innesto della cornice simbolica sulla storia personale. I due esergi tratti rispettivamente dal Vangelo di San Luca (2,8) e dai Pisan Cantos di Ezra Pound esplicitano la dimensione “pastorale”, evangelica, del quotidiano. Dimensione riflessa in un linguaggio piano, sincero e grave. La prosa qui non è in alternativa e contro il verso, ma, in continuità con la poesia di Wilmer, concorre alla ricerca di un’espressione essenziale ed autentica.
In sette movimenti si svolge una narrazione contratta, insieme esplicita e contenuta. Frammenti di memoria si compongono in luoghi e figure che non seguono la libera associazione, ma rievocano in successione cronologica gli episodi di una biografia, attraverso figure fondative di una mitologia personale e generazionale. Custodi e messaggeri di una vocazione, la madre, la maestra Miss Inkpen, il socialista Attlee, Louis Armstrong, Patience Escalier segnano così i momenti della nascita di una coscienza di artista, di un io che tra le rovine della città post-bellica sembra riconoscersi in “chi cerca di ricostruire il paradiso in terra”, in “autodidatti in cerca di tesori nascosti”.

Emma Sdegno


Pastorali urbane
[ Urban Pastorals ]

Ai miei amici
della Guild of St. George

C’erano dei pastori che vegliavano nei campi, facendo la guardia
al loro gregge

Vangelo secondo Luca

Le Paradis n’est pas artificiel
Ezra Pound

Indice

Pietas
Il prato di Tooting Bec
Il gentiluomo inglese
Miss Inkpen
All’aeroporto di Londra
Patience Escalier
Epilogo: La cittadella


Pietas

I pastori nei campi. La mangiatoia. Le schiere celesti. E pace, amore agli uomini. Ma Maria, dice l’evangelista, custodiva tutte quelle cose, meditandole nel suo cuore.

Me lo raccontava mia madre. Era una persona che amava gli apoftegmi. Il verde portava sfortuna. Così come un coltello posato sopra un altro. Ama i tuoi nemici. Perdona perfino i tedeschi. Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Non lasciare che il sole tramonti sulla tua collera.

Eravamo in quattro. Mio padre era in cielo. Ogni sera mia madre si inginocchiava accanto ai nostri letti e pregavamo per lui, allo stesso modo in cui pregavamo per lei, per mia sorella e per me.

Le piaceva quando eravamo governati da gentiluomini. Così si poteva essere orgogliosi. Ero bravo a scuola. Lei ne era orgogliosa, ma era ancor più orgogliosa quando mi comportavo come un piccolo gentiluomo. Non voleva che giocassi con ragazzi figli di operai. La famiglia del mio amico, la sentii dire, era ebrea. Capii che non dovevo dire che erano ebrei. Dovevo comportarmi da gentiluomo. Il lavavetri era un operaio. Alla mamma piaceva. Chi non le piaceva era il Signor Stoneman: anche lui era uno qualunque, ma non qualunque allo stesso modo del lavavetri. Era vendicativo.

Ho tentato di essere suo figlio. Non so nulla, non credo a nulla, non spero nulla. Ecco Cordelia, impiccata, tra le braccia di suo padre pazzo. Ecco un giovane sulla croce, agonizzante e abbandonato. Ma finché ho vita e memoria, non c’è il silenzio di Dio.

 

PIETY The shepherds abiding in the fields. The manger. The heavenly host. And peace, good will toward men. But Mary, says the Evangelist, kept these things, and pondered them in her heart. // My mother told me about it. She was a person given to apophthegms. Green was unlucky. So was a knife left laid across another. Love your enemies. Forgive even the Germans. Do unto others as you would they should do unto you. Never let the sun go down on your anger. // We were four. My father was in heaven. She’d kneel by our beds each night and we’d pray for him, just as we prayed for her, my sister and me. // She liked it when we were governed by gentlemen. Then you could be proud. I was clever at school. She was proud of that, but prouder when I was a little gentleman. She didn’t want me to play with common boys. My friend’s family, I heard her say, were Jews. I don’t think I was to say that they were Jews. I was to be a gentleman. The window cleaner was common. She liked him. She didn’t like Mr Stoneman: he was common too, but not as common as the window cleaner. He was vindictive. // I have tried to be her son. I know nothing, believe nothing, hope nothing. There is Cordelia, hanged, in the arms of her mad father. There’s a young man on the cross, racked and forsaken. But while I live and remember, there is no silence of God.


Il prato di Tooting Bec

Quando giocava nei pomeriggi d’estate un ragazzo poteva dimenticare di non vivere in un paradiso agreste. C’erano stagni e un laghetto con le barche e tratti di bosco, un carretto coi gelati italiani e una piscina. C’erano scoiattoli e uccelli canterini, e capitava di tornare a casa con degli spinarelli in un barattolo o un cervo volante in una scatolina. C’erano anche ragazzacci in cerca di guai, c’erano esibizionisti tra i cespugli e, al calare della notte, le passeggiatrici si aggiravano lungo i bordi del parco - un parco delimitato da strade trafficate, come sembravano allora. C’erano anche cicatrici.

South London era un mosaico di spazi verdi interrotti da abitazioni - villette bifamiliari e case prefabbricate, qualche sfarzosa magione e luminosi, nuovi condomini dalle linee nette che svettavano come torri medievali. Era un mondo pastorale alla William Morris, ferito da bombe nemiche e rigenerato da Le Corbusier.

Il prato era diviso a metà dalla ferrovia, che durante la guerra era servita per il trasporto delle munizioni. Nell’angolo che formava con la strada principale, i resti di una postazione contraerea: malinconici come un’abbazia in rovina. Sulla strada una serie di villette di campagna, la maggior parte delle quali distrutte da bombe che non avevano centrato l’obiettivo.

Londra nel 1950 era vittoriana. Le chiese in stile neogotico. Gli straccivendoli con i carretti trainati da cavalli. Le fontanelle pubbliche e le biblioteche pubbliche, dove gli autodidatti cercavano tesori nascosti. C’erano ministri socialisti in pantaloni gessati, il cui lessico derivava da Morris e John Ruskin. Volevano costruire il paradiso sulla terra. Si sforzavano. Facevano del loro meglio.

TOOTING BEC COMMON A boy playing on summer afternoons could forget that he did not live in a rural paradise. There were ponds and a boating lake and stretches of woodland, an Italian ice-cream cart and a swimming-pool. There were squirrels and songbirds, and you’d come home with sticklebacks in a jam-jar or a stag beetle in a matchbox. There were also rough boys in quest of bother, there were flashers in the bushes and, when night fell, streetwalkers trod the verges of the garden – a garden defined by busy roads, as they then seemed. There were scars too. // South London was a patchwork of common land broken by housing – semis and prefabs, a few opulent villas, and bright, new, clean-lined blocks of flats rising among them like medieval towers. It was a pastoral out of William Morris, injured by enemy bombs, and made regenerate by Le Corbusier. // The Common was bisected by the railway, which during the war had carried munitions trucks. In the angle it made with the main road, the remains of an anti-aircraft post: as melancholy as a ruined abbey. Over the road a street of villas, most of them wrecked by bombs that had missed their targets. // London in 1950 was Victorian. The Gothic Revival churches. The rag-and-bone men with their horse-drawn carts. The public drinking-fountains and the Public Libraries, with autodidacts searching for hidden treasures. There were Socialist Ministers in pin-striped trousers, whose lexicon was Morris and John Ruskin. They wanted to build a paradise on earth. They laboured. They did their best.


Il gentiluomo inglese

I miei disapprovavano Mr. Attlee. Teneva sermoni sull’uguaglianza, razziava i creatori di ricchezza, e poi si ornava di ermellino. Aveva un precedente: Robin, conte di Huntingdon, che rubava ai ricchi per dare ai poveri - una pratica alquanto insolita.

Le zone boscose ai margini del prato erano la Foresta di Sherwood. C’era una quercia in rovina dove i fuorilegge si radunavano in stivali di gomma e pigiami verdi. Facile da scalare, era anche, se necessario, la torretta di un castello.

Imparai ad amare gli alberi: grandi alberi decidui, cresciuti in folti gruppi sul terreno boscoso. Erano l’immagine stessa della libertà nella comunità. Talvolta il bosco cede il passo all’insediamento umano. Un’abbazia oltre i suoi confini: la pietra con rilievi di foglie e frutti, il lungo colonnato che riproduce la foresta.

Sherwood era anche Hollywood. Lessi Robin Hood e l’allegra brigata nei libri per bambini. Ma Errol Flynn, trascinando il cervo reale dentro il castello di Nottingham e predicando la giustizia sociale al Principe Giovanni, mi rubò il cuore e si dileguò nella foresta.

Il fuorilegge era un gentiluomo. Basta vedere come afferrava Olivia de Havilland e si inginocchiava davanti al re. Ché non dé dar om fé, che gentilezza sia fòr di coraggio, in degnità d’ere’, sed a vertute non ha gentil core. Niente gli importava del potere, della ricchezza o del rango. Rinunciò a tutto per il bene comune.

THE ENGLISH GENTLEMAN My elders disapproved of Mr Attlee. He gave sermons on equality, raided the wealth-creators, then draped himself in ermine. He had a precedent: Robin, Earl of Huntingdon, who had robbed the rich to give to the poor – a most unusual practice. // The wooded parts of the Common were Sherwood Forest. There was a ruined oak where the outlaws met in wellies and green pyjamas. Easy to climb, it was also, when need arose, a castle turret. // I got to love trees: big deciduous trees, clustered together in woodland. They were the very image of freedom in community. Sometimes the greenwood gives on to human habitation. An abbey beyond its precincts: the stone fretted with leaves and fruit, the long arcade that replicates the forest. // Sherwood was also Hollywood. I read Robin Hood and his Merry Men in the Sunshine Series. But Errol Flynn, lugging the King’s deer into Nottingham Castle and preaching social justice to Prince John, seized my heart and melted into the forest. // The outlaw was a gentleman. See how he gripped Olivia de Havilland and bent his knee to the King. Let no man predicate that aught the name of gentleness should have, even in a King’s estate, except the heart there be a gentle man’s. He cared nothing for power, or fortune, or degree. He gave up everything to the common good.


Miss Inkpen

Quando Mr. White sbraitava in cortile, io volevo andare al gabinetto, per piacere. Ma avevo sette anni e ormai eravamo grandi.

Per il resto, la scuola era Miss Inkpen, che faceva onore al proprio nome. Vestiva sempre di blu. Scriveva in un sontuoso corsivo. Nei banchi della sua classe erano inseriti calamai di porcellana, che dal basso ti guardavano come occhi di antichi egizi, le iridi nero-blu. Miss Inkpen era un monumento: la corporatura ampia e solida, la gonna lunga fino a terra, lo splendore dei suoi capelli bianchi.

Scrivevamo col pennino. La chiamavano Scuola Moderna, ma aveva l’illuminazione a gas. Era anche privata - non c’erano ragazzacci. Miss Inkpen, che disapprovava Mr Attlee, era stata preside in una scuola elementare statale. In pensione, perseverava nella propria vocazione, nutrendo e coltivando i talenti dei ragazzini. Era la maggior gloria della Scuola Moderna.

Ma, oh, nutriva il suo gregge come un pastore e i suoi agnellini potevano pascolare al sicuro! Se qualcuno di noi sbagliava, lei veniva a saperlo. Continuò a sorvegliarmi anche dopo che avevo cambiato classe. Un giorno mi trovò in fila con altri bambini in attesa di una punizione. “Zuccone!” disse, dandomi un colpetto sulla guancia rosea.

Più tardi le dissi che avevo visto Giulio Cesare, il film con Marlon Brando. Le dissi che volevo essere Bruto e che di me si dicesse “This was a man”. Il giorno seguente, mi consegnò la sua eredità: il libro del film. Dunque quello era Shakespeare. Mi aveva insegnato a contare e a sillabare. Quel giorno, mi impadronii della lingua inglese.

MISS INKPEN When Mr White roared in the playground, I wanted to go to the lavatory, please. But I was seven and we were big boys now. // Otherwise, school was Miss Inkpen, who lived up to her name. She always wore blue. She wrote in a lavish copperplate hand. The desks in her room were set with porcelain ink-wells, which looked up at you like ancient Egyptian eyes, their irises blue-black. Miss Inkpen was a monument: her large, stable build, the floor-length skirts, her glory of white hair. // We wrote with dip-pens. It was called the Modern School but had gas lighting. It was private too – there were no common boys. Miss Inkpen, who didn’t approve of Mr Attlee, had been the headmistress of a state Primary School. Retired, she persisted in her vocation, nourishing and cherishing the talents of small boys. She was the Modern School’s best ornament. // But oh, she fed her flock like a shepherd and her lambs could safely graze! She knew of it if we strayed. Even after I’d left her form, she kept watch over me. One day she found me in a line of boys waiting to be slippered. ‘You chump!’ she said, patting my pink cheek. // Later I told her I’d seen Julius Caesar, the film with Marlon Brando. I told her that I wanted to be Brutus, and to have it said of me ‘This was a man’. The following day, she passed on her legacy: the book of the film. So this was Shakespeare. She had taught me to count and spell. That day, I held the English language in my hand.


All'aeroporto di Londra


Pale moon shining on the fields below
Darkies crooning songs soft and low
Needn’t tell me so because I know
It’s sleepy time down south

Soft winds blowing through the pinewood trees
Folks down there like a life of ease
When old mammy falls upon her knees
It’s sleepy time down south

Il terminal del Nord America a Heathrow era poco più di un campo di baracche e piste di cemento. Ne conservo un’istantanea: una desolata fattoria nelle Grandi Pianure - un paesaggio simile a un set di Alfred Hitchcock. C’è un uomo grande in borghese, sorride, senza occhiali, e sullo sfondo, molto sfocato e con un sorriso intimidito, un ragazzino di circa undici anni coi pantaloni corti.

Il ragazzino sono io, la fotografa mia sorella Val. Siamo venuti per riuscire a vedere Louis Armostrong: l’Ambasciatore Satch che riparte per la terra natìa dopo una lunga tournée. Il ragazzo dei bassifondi con la cornetta, dritto dal riformatorio di New Orlans.

Che fosse ansia quella sul suo viso - forse un cipiglio? Ma il famoso sorriso tornò davanti alla macchina fotografica e, mentre Val si preparava a scattare, un’unica parola “Spaghetti-i-i” uscì crepitando, l’ultima vocale indugiò a lungo dopo che le labbra si erano chiuse.

Duke Ellington “amava e rispettava” Louis Armstrong: “Era nato povero, morì ricco, e non fece del male a nessuno nella scalata al successo.” Tutto ciò che noi sapevamo di lui era il suono - di un “nobile artista” la cui “musica sobria e appassionata” dava impalpabile ma solida forma a quel luogo del bene dove il leopardo si sdraia accanto al capretto.

Fatta la foto, condusse il suo entourage fuori scena. Noi indugiammo, osservammo un aeroplano atterrare, e poi udimmo debolmente da una qualche baracca in lontananza una dozzina di battute del corno d’ottone: quei negri nei campi di cotone e la loro vita tranquilla.

Un jet decollò, trafiggendo l’aria. Il formidabile talento. La gioia malinconica.

AT LONDON AIRPORT Pale moon shining on the fields below / Darkies crooning songs soft and low / Needn't tell me so because I know / It's sleepy time down south // Soft winds blowing through the pinewood trees / Folks down there like a life of ease / When old mammy falls upon her knees / It's sleepy time down south
The North American terminal at Heathrow was little more than a field of Nissen huts and concrete runways. I have a snapshot of it: some desolate farm on the Great Plains – a landscape like an Alfred Hitchcock set. There’s a great man in mufti, smiling, his glasses off, and in the background, very blurred and grinning self-consciously, a boy of about eleven in short trousers. // The boy is me, the photographer Val my sister. We have come to catch a glimpse of Louis Armstrong: Ambassador Satch, returning to home ground after a long tour. The slum kid with the cornet from the Waifs’ Home in New Orleans. //Could that have been anxiety on his face – a frown perhaps? But the famous smile returned to meet the camera and, as Val prepared to click, the single word ‘Spaghetti-i-i’ crackled out, the last vowel rumbling on long after his lips had closed. // Duke Ellington ‘loved and respected’ Louis Armstrong: ‘He was born poor, died rich, and hurt nobody on the way up.’ All we had known was the sound of him – of ‘a noble artist’ whose ‘sober and passionate music’ gave firm if impalpable shape to the good place, where the leopard lies down with the kid. // The picture taken, he shepherded his entourage from the scene. We lingered, we watched a plane come in to land, and then heard faintly from some distant hut a dozen bars blown on the brazen horn: those darkies in the cotton fields living their life of ease. // A jet plane taking off, piercing the air. The awesome skill. The melancholy joy.


Patience Escalier

Il cielo era arancione. Dapprima fu quello a sorprendermi. Se qualcosa era del solito colore del cielo, era il camiciotto del vecchio: blu chiaro, anche il colore dei suoi occhi. Occhi tanto buoni, che scoloravano, nel suo viso bruciato dal sole.

Capo e spalle riempivano la cornice. Avrebbe potuto essere il Maréchal des Champs o il Marquis du Pré. O forse un’immagine sacra: il pastore di una Natività. La barba brizzolata. Le mani forti ma irrigidite. Un bastone su cui far riposare le mani, e un cappello di paglia il cui giallo conteneva il sole. I suoi attributi. Rappresentava la propria bontà.

Rappresentava anche la propria pazienza. Si chiamava Patience. Patience Escalier, un contadino ritratto da Van Gogh.

E il nome Van Gogh, ecco come lo sentii la prima volta. Un giorno del mio primo anno alla scuola secondaria, spuntò fuori una grande cassa di legno grezzo etichettata LCC. La cassa conteneva una pila di dipinti impressionisti. Stampe, naturalmente, ma nel Van Gogh c’erano ombre a rincalzare le pennellate e solchi che dissodavano la tela. Per il resto del semestre ci fu un Degas in cima alle scale e un Cézanne nella sala da pranzo; Patience Escalier era nell’aula di arte, che doveva essere il posto d’onore.

Dunque quella era arte. Aveva a che fare con la consistenza materiale della pittura, con il sole, con le sue benedizioni e maledizioni. E col lavoro, di qualunque genere, essendo l’arte espressione del piacere che l’uomo trae dal lavoro. Andai alla Tate a cercare la sedia e i girasoli di Van Gogh. Ho ancora le vecchie cartoline. Ma Patience Escalier, come scoprii, era altrove.

 

PATIENCE ESCALIER The sky was orange. That was what first surprised me. If anything was the usual colour of sky, it was the old man’s smock: soft blue, also the colour of his eyes. Such kindly ones, fading, set in his scorched face. // Head and shoulders filled the picture-frame. He might have been the Maréchal des Champs or the Marquis du Pré. Or a holy image perhaps: a shepherd from a Nativity. The grizzled beard. The strong but stiffening hands. A stick for the hands to rest on, and a straw hat whose yellow took the sun. His attributes. He stood for his own goodness. // Stood for his patience too. His name was Patience. Patience Escalier, a peasant by Van Gogh. // And the name Van Gogh, that’s how I first heard it. One day in my first year at Grammar School, a large plain wooden crate labelled LCC turned up. The crate was in fact a stack of Impressionist pictures. Prints of course; but in the Van Gogh, there were shadows ridging the brushstrokes and furrows ploughed in the skin. For the rest of the term, there was a Degas at the head of the stairs and a Cézanne in the dining hall; Patience Escalier was in the art room, which must have been pride of place. // So this was art. It had something to do with the material paint. Something to do with the sun, its blessings and curses. And work, of whatever kind, art being the expression of man’s pleasure in labour. I went up to the Tate for Van Gogh’s chair and the sunflowers. I have the old postcards still. But Patience Escalier, as I found, was somewhere else.


Epilogo: La cittadella

Per Patricia

Mi conducesti fuori dalla città lungo stretti sentieri. Ci facemmo strada tra viottoli scoscesi e vialetti e gradini tagliati nella roccia, arrampicandoci a lungo su un declivio pieno di ciuffi d’erba, disseminato di grossi sassi.

Ormai senza fiato, vidi che l’orlo della città si sfilacciava nella campagna. Dei terreni demaniali; una strada di minuscole casette, ognuna con la sua auto parcheggiata fuori; una strada principale che saliva intorno alla collina e lasciava scorgere, sulla cima, un’imponente cinta muraria, con edera e sambuco e fiori variopinti che spuntavano dalle fessure.

Era questo che tu avevi voluto trovare per me. Quando i nemici attaccavano, era qui che si riuniva la gente, portando con sé i bambini, i beni preziosi e le greggi.

E le greggi erano ancora qui oggi all’interno delle mura. Brucavano. Come se non ci fosse mai stata una strada fuori, né mai una città al di sotto. Come se né la guerra né il tempo avessero rimosso le pietre dal cumulo. Le capre avevano scambiato le mura accidentate per un affioramento del suolo. Le scalavano e osservavano la valle, puntando le corna. Le pecore si tenevano al centro, mangiucchiavano l’erba e, richiamate dal cane, si radunavano silenziosamente intorno all’auto del pastore.

Poiché egli sedeva lì, con il portellone sollevato, nel retro del suo furgone. Allungò la mano per prendere un capretto smarrito, il meccanismo di plastica sul suo bastone ne agguantò il vello e lo attirò dolcemente a sé. Aveva occhi chiari come le uova del tordo, uno dei due era annebbiato, eppure la sua vista sembrava buona. Chiamò a gran voce una capra distante, ne conosceva il nome. Poiché lavorava tra le cose tra cui viveva. Non di questo mondo, di cos’altro era fatta la sua vita se non della sostanza di questo mondo?

Di ritorno in città, ci chiedemmo se non l’avessimo immaginato. E tuttavia ci sorprendemmo a pensare che fosse lì sin dall’Età dell’Oro. A sorvegliare i suoi agnelli e capretti. Suonando la cornamusa, senza dubbio, nell’asciutta luce del sole. Le ninfe, senza dubbio, erano nascoste tra i cespugli. Le forze del suo mondo innocente governavano il mistero delle cose.

 


EPILOGUE: THE CITADEL For Patricia
You led me out of the city by narrow paths. We made our way by steep lanes and ginnels and steps cut in the rock, scrambling at length over a bulging slope of tufted grass, scattered with boulders. // Breathless by now, I saw how the city’s hem frayed into countryside. Some common land; a street of dinky bungalows, each with its parked car; a major road, swerving around the hill and leaving, at the top, a massive rim of masonry, with ivy and ground elder and bright flowers erupting from its crevices. // It was this you had been wanting to find for me. When enemies attacked, it was here that the people gathered, bringing their children, their precious goods, their flocks. // And the flocks were still here today inside the walls. They browsed. As if there had never been a road outside, and never a city beneath. As if neither war nor time had dislodged stones from the pile. The goats had taken the broken walls for outcrop. They climbed upon them and looked out over the valley, pointing their horns. The sheep kept to the centre nibbling the grass and, nudged by a sheepdog, huddled quietly around the shepherd’s car. // For there he sat, with the hatch raised, on the rear of his station-wagon. He reached out for a straying kid, the plastic mechanism on his crook clutching its fleece, drawing it gently home. His eyes were as pale as thrushes’ eggs, one of them misted over, but his sight none the less seemed good. He called out to a distant goat, knowing its name. For he worked among the things he lived among. Not of this world, what did his life consist of but the substance of this world? // Back in the city, we wondered if we hadn’t imagined him. And yet we caught ourselves thinking he’d been there since the Golden Age. Watching his lambs and kids. Playing on his pipes, no doubt, in the dry sunshine. Nymphs, no doubt, concealed in the bushes. The powers of his unworldly world presiding over the mystery of things.


NOTE

Common (N.d.T.)
Common in inglese è sia aggettivo che sostantivo. Tra i suoi significati come aggettivo c’è quello di comune, ordinario, non speciale. Quando riferito a persone, descrive il comportamento di chi manca di buon gusto, di educazione e di buone maniere. È in questo senso che viene usato nel brano “Pietas”, dove si è ritenuto di tradurre common boys con “figli di operai” perché implica il riferimento a una categoria sociale che, senza voler generalizzare, negli anni ’50 corrispondeva alla descrizione.
Come sostantivo, ne “Il prato di Tooting Bec” (Tooting Bec Common) la parola common si riferisce a un terreno erboso di proprietà comune, di solito vicino a un paesino o una cittadina, in questo caso un sobborgo di Londra, utilizzato come parco pubblico.


Gentleman (N.d.T.)
Il termine gentleman, gentiluomo, si riferisce sia a chi appartiene all’aristocrazia sia, come in “Pietas”, a chi rivela educazione fine, signorilità e rettitudine nei modi e nei comportamenti.


PIETAS
Il secondo paragrafo comprende espressioni tratte dal secondo capitolo del Vangelo di Luca nella versione della Bibbia di re Giacomo (KJV) del 1611. “Cordelia, impiccata”: si veda Re Lear, atto 5 scena 3.


IL PRATO DI TOOTING BEC
“Ministri socialisti”: nel governo laburista in carica dal 1945 al 1951.


IL GENTILUOMO INGLESE
“Mr Attlee”
Clement Attlee (1883-1967) fu Presidente del Partito Laburista (1935-55), Vice Primo Ministro (1940-45) e Primo Ministro (1946-51). Quando si ritirò dalla Camera dei Comuni nel 1955 accettò un titolo nobiliare per poter sedere nella Camera dei Lord. Il suo titolo era Conte Attlee.

“Aveva un precedente”
In molte versioni della storia di Robin Hood, l’eroe viene insignito del titolo di Conte di Huntingdon dal re. In altre versioni, eredita il titolo per diritto di nascita.

“Errol Flynn”
Il film della Warner Bros Le avventure di Robin Hood (1938), diretto da William Keighley, era interpretato da Errol Flynn nella parte di Robin Hood e da Olivia de Havilland in quella di Lady Marian. Uno scanzonato film di cappa e spada che dava espressione a nozioni socialdemocratiche di giustizia e libertà in un’epoca che vide l’ascesa del fascismo in Europa. Molto frequenti sono stati i rifacimenti successivi.

“Ché non dé dar om fé… sed a vertute non ha gentil core.”
Guido Guinizzelli (13° sec.), Al cor gentil rempaira sempre amore.
Nell’originale la citazione da Guinizzelli è nella traduzione in inglese di Dante Gabriele Rossetti. (N.d.T.)


MISS INKPEN
“Miss Inkpen” (N.d.T.)
Inkpen in inglese significa penna con pennino.

“scuola elementare statale”
Miss Inkpen aveva dedicato tutta la sua carriera a insegnare in scuole statali gratuite. Quando andò in pensione a sessant’anni, accettò un posto in una scuola privata.

“nutriva il suo gregge come un pastore e i suoi agnellini potevano pascolare al sicuro”
“Come un pastore conduce il suo gregge” - Isaia 40,11 (KJV); Nel Messiah di Handel vi è una famosa esecuzione di questo passo. “Le pecore pascolano tranquille” è tratto dalla Cantata 208 di Bach.

Giulio Cesare
Il film tratto dall’opera di Shakespeare e diretto da Joseph L. Mankiewicz, uscì nel 1953. Gli interpreti erano Marlon Brando nella parte di Marco Antonio, James Mason in quella di Bruto e John Gielgud in quella di Cassio. L’elogio funebre di Antonio a Bruto, pronunciato davanti al suo cadavere, finisce con le parole “This was a man” (“Questo fu un uomo”) (Giulio Cesare, atto 5 scena 5,75).


ALL’AEROPORTO DI LONDRA
“When it’s sleepy time down south” era la canzone simbolo di Louis Armstrong. Quando io lo vidi nel 1956, aveva già sostituito la parola dalla connotazione razzista “negri” con “gente”.

Splende sui campi la pallida luna
I negri borbottano canzoni sottovoce
Non me lo devi dire perché lo so
È un momento tranquillo giù al sud

Venti leggeri soffiano tra i pini
Alla gente laggiù piace la vita tranquilla
Quando la vecchia bambinaia cade in ginocchio
È un momento tranquillo giù al sud
(N.d.T.)

“Nissen huts” (N.d.T.)
baracche prefabbricate con tetto a botte in lamiera ondulata.
Ambassador Satch (N.d.T.)
è il titolo di un album di Louis Armstrong del 1955, e Satch o Satchmo era il suo soprannome.
Waif’s Home in New Orleans. (N.d.T.)
“Colored Waif’s Home for Boys”: riformatorio per ragazzi di colore a New Orleans dove Louis Armstrong, finitovi all’età di undici anni, imparò a suonare la cornetta.

“Le sue caratteristiche di antiquato artista negro del Sud saranno dimenticate. Ciò che sopravvivrà sarà la sua musica sobria e appassionata. Verrà ricordato come un grande e nobile arista che ha dato molto al mondo e alla sua gente.”
Necrologio di Eric Hobsbawn per Louis Armstrong, “The Guardian” (1971)


Patience Escalier
LCC
Il London County Council, che governò la Contea di Londra dal 1889 al 1965, fu il primo ente amministrativo della capitale a essere eletto direttamente dai cittadini. Comprendeva l’area oggi conosciuta come Inner London ed era il più grande, il più importante e il più ambizioso ente municipale inglese dei tempi. Le scuole statali in Inghilterra sono gestite da dipartimenti dell’istruzione locali che fanno capo all’amministrazione cittadina o della contea.

“La lezione che qui apprendiamo da Ruskin è che l’arte è espressione del piacere che l’uomo trae dal lavoro.”
William Morris, Prefazione a The Nature of Gothic di John Ruskin (1892)


EPILOGO: LA CITTADELLA
“ne conosceva il nome”
“Colui che entra dalla porta è il pastore. A lui il guardiano apre e le pecore ascoltano la sua voce; egli le chiama per nome e le porta fuori.” “Io sono il buon pastore: io conosco le mie pecore ed esse conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre. E per queste pecore io do la vita.” Giovanni 10, 2-3, 14-15 (KJV).

“il mistero delle cose” Re Lear, atto 5 scena 3,17


RINGRAZIAMENTI

Vorrei ringraziare Michael Glover per aver pubblicato la prima versione di questa sequenza sulla sua rivista online The Bow-Wow Shop, e Peter Carpenter della Worple Press per la sua incessante dedizione, per l’incoraggiamento e l’acume critico. Grazie anche a mia sorella Val Wilmer, scrittrice e fotografa, per avermi generosamente regalato la foto di Louis Armstrong, scattata quando aveva quattordici anni.

C. W.