HomeOrigineSmerillianaI poeti di SmerillianaMosaicoAnticipazioniContatti

Niccolò De Din, La terra esposta

| 9,00 € | pp. 96 | 12x18 | 978-88-99627-93-5 | The Writer, Marano Principato 2020 |

Premessa di Fabio Franzin e Nota di Andrea Longega

Alternando sapientemente lingua e dialetto, De Din snocciola l’umana involuzione di una società sfrenata e insulsa, abbarbicata alla “roba” insidiata dai barbari della paura, e ci consegna la sentenza che l’epoca dell’inumano legge alla sua generazione. La pena è l’essere diseredati da un rapporto naturale, qui inteso sia come disarmonia con la terra, sia come espulsione dal gruppo sociale, perché esso è già sfilacciato, brulicante [...] È spaesato, Niccolò, come lo sono tutti i nostri figli, diseredato, certo, ma lucido, attento.

Dalla Premessa di Fabio Franzin

 

Io credo che gli studi da lui scelti, il corso di agraria, l’amore per il mondo degli insetti, gli abbiano offerto una grande opportunità, quella di spaziare tra ciò che si cela e brulica dentro una zolla di terra e ciò che invece si muove nel cielo, nell’aria, anche se – a dire il vero – gli alati presenti nelle sue poesie sono per lo piú posati sopra “un palo di legno”, come la poiana, o compiono voli bassi come le fagiane. Ma questo succede perché in queste poesie c’è una forza magnetica che tutto attrae, che tutto anche inghiotte, ed è quella della terra, nera, secca o “bomba de aqua” che tutto fa germogliare o tutto annichilisce. Erbe, alberi, insetti, uccelli, piccoli mammiferi, uomini e donne a lei si inchinano, lei abbandonano ma poi, a volte attraverso miglia di mare, a lei ritornano. Eppure sembra che noi non lo capiamo e tantomeno lo sentiamo, come sembrano non sentirlo le figure umane presenti nei suoi versi. Noi non l’amiamo la terra.

Dalla Nota di Andrea Longega


Eukarya, Eumetazoa, Atrpopoda, Esapoda, Insecta.

“Supponiamo che un milione di anni fa un
gruppo di scienziati extraterrestri fosse arrivato
sul nostro pianeta per studiarne la vita. Nel loro
rapporto preliminare essi avrebbero
sicuramente incluso qualcosa di simile a quanto
segue: questo pianeta brulica di creature
altamente sociali, piú di un milione di miliardi

(...) le forme altamente sociali appartengono
in prevalenza agli insetti

BERT HÖLLDOBLER, EDWARD O. WILSON


Come si fa a non ammirare delle società
cosí perfette? Come non restare incantati
dalle gallerie e sale che nel sottosuolo
di un prato stanno creando le formiche
o dal nido di Vespa crabro ben difeso
dentro l’albero cariato? E che dire
delle larve di elateridi che dentro il terreno
al buio si muovono guidate dalle molecole
di CO2 emesse dal seme in germinazione?
È forse poco elegante l’Ips typographus quando scava
dentro il legno tortuose gallerie o la larva di Melolontha
melolontha con il suo capo color arancio?
Nell’eterogeneità di questo gruppo – piú di un milione
di specie tra solitarie e gruppi eusociali
come formiche ed api –
ritroviamo tutto quello che l’uomo
spesso nel male ha provato a imitare:
controllo delle nascite, predestinazione
sociale, gerarchie, cannibalismo in caso
di carenza cibo, eliminazione dei maschi
inutili dopo la fecondazione, divisione
dei ruoli, piani di lavoro, architetture perfette e curate.
Ma lí tutto funziona: anche le azioni
piú crudeli ci sembrano quasi ovvie
per il mantenimento dell’equilibrio.
Noi, invece, molto piú deboli e disordinati
ci incastriamo sempre
nei dubbi di coscienza, nelle ribellioni di massa,
nelle ruberie e burocratiche lentezze, convinti
tutti di avere ragione e pronti sempre a buttare all’aria
ogni ordine e sistema, a gridare sempre al complotto
e a non accontentarci mai.
Chi ci guardasse da fuori scriverebbe
sul suo taccuino quanto siamo
simpaticamente inefficienti.

Che abbia sbagliato l’evoluzione? Noi meno perfetti
siamo forse un incidente di percorso? Siamo davvero
i piú evoluti come crediamo?
Una cosa è certa: quando anche il ciclo di Homo
sarà terminato su questa terra (che si tratti
di estinzione o di fuga in altri mondi)
con tutte le nostre arti e bellezze
soffocate da fronde di alberi e rampicanti
spetterà poi alla classe Insecta prendersi
finalmente tutto il comando.



I tralci de vide a Marzo xe come spade
de legno indurìo che grata i polsi
e masena déi e onge dele man nude
calae in tel pianto
dea pianta che torna a vivar.
A zarpir coe forfe i se infila
dentro ae maneghe o al col
dea tuta sporca de lavoro.

Co sto sol, pò, che brusa la pele
bianca dopo l'inverno
e stanca li oci, me par proprio de sentirlo
sto mestier che se incarna.

 

I tralci di vite a Marzo sono come spade | di legno indurito che graffiano i polsi | e macinano le dita e unghie delle mani nude | calate nel pianto | della pianta che torna a vivere. | A potare con le forbici si infilano | dentro alle maniche o al collo | della tuta sporca di lavoro. || Con questo sole, poi, che brucia la pelle | bianca dopo l’inverno | e stanca gli occhi, mi sembra proprio di sentirlo | questo lavoro che si incarna.



Entra na man per intiero, finìa sta stajon,
dentro i crepi che il sec l’ha assà come sbreghi
sui campi. Se strussa la pele sua tera e fa scampar
ragni e zimesi (anca quele tute cinesi ormai) sconti in tel nero.
No lè pase pa piante, animali e omeni, no lè
acqua pa risanar radise e tenier in basso la polvere.

Ma dal fondo tòni, lampi e nero che vien vanti
a sperar che sia la volta bona
sta volta
che tuti li sta qua coi oci tirai su
a spetar che fae qualcossa...

no digo par salvarse.

 

Entra una mano per intero, finita questa stagione, | dentro le crepe che il secco ha lasciato come ferite | sui campi. Si gratta la pelle sulla terra e fa scappare | ragni e cimici (anche quelle tutte cinesi ormai) nascosti nel nero. | Non c’è pace per piante, animali e uomini, non c’è | acqua per risanare radici e tenere in basso la polvere. || Ma dal fondo tuoni, lampi e nero che vengono avanti | a sperare che sia la volta buona | sta volta | che tutti stanno qui con gli occhi tirati su | ad aspettare che faccia qualcosa... || non dico per salvarsi.



I vien fora sempre par caso
tra un tajo e che altro dentro pa i filari,
le storie da drio ae persone.
Cussì scopre che Munir
– che me saluda sempre col soriso –
l’ha perso un fiol anni fa,
che Ciprian ghi n’ha uno co un raro maeano,
e che Roberto par quanto el ga provà
no pol proprio verghine.
I lo dise senza timor,
anca davanti a mi che son un bocia,
par sentirse omeni co qualcossa
fora da qui par cui pregar
o ringraziar.

In mezo al camp, come sue vide,
dea vida se cava fora quel che vien:
la foja brusada dal negron,
il chico da zercar ‘pena se indora.

 

Vengono fuori sempre per caso, | tra un taglio e l'altro dentro per i filari, | le storie dietro alle persone. | Cosí scopro che Munir | – che mi saluta sempre col sorriso – | ha perso un figlio anni fa, | che Ciprian ne ha uno con una grave malattia, | e che Roberto per quanto ci abbia provato | non può proprio averne. | Lo dicono senza imbarazzo, | anche davanti a me che sono un ragazzo, | per sentirsi umani con qualcosa | fuori da qui per cui pregare | o ringraziare. || In mezzo al campo, come sulle viti, | della vita si tira fuori quello che viene: | la foglia bruciata dalla peronospora, | l’acino da assaggiare appena si indora.