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Bianca Tarozzi, Canzonette

Premessa di Gio Batta Bucciol
Postfazione di Francesca Cadel

| 12,00 € | pp. 64 | 12x18 | 978-88-99627-14-0 | The Writer, Marano Principato 2016 |

Premessa di Gio Batta Bucciol

Il passato non soltanto tiene in serbo una varia gamma di colori e immagini, ma ci tramanda anche suoni e musiche lontane: e proprio l’eco di arie e canti, che furono in voga in epoche remote, si rifrange nei versi di questa nuova silloge poetica, a cui Bianca Tarozzi ha significativamente dato il titolo di Canzonette.
Caminito, All’alba quando spunta il sole cantava la zia Fedora, un personaggio che compare a intermittenza nei versi: come un ritornello. È una zia che nutre un forte amore per l’opera lirica e le canzoni di successo. Infatti “opere e canzonette | eran per lei le vette | del sublime.” Fedora è contrassegnata da un tocco di color rosso (“portava spesso un fazzoletto rosso”). Per il resto è poco piú di un suono, poco piú del suo stesso nome. E se si volesse conoscere piú a fondo tale singolare figura, si può ricorrere a un’opera fresca di stampa, apparsa sullo scorcio del 2015. In Una luce sottile, il romanzo che Bianca Tarozzi ha dedicato a “Eddo e Mary”, ossia alla storia dei suoi genitori, troviamo anche uno scarno ritratto – essenziale come una puntasecca – della cantatrice Fedora: “Magra come un chiodo, occhi chiari e naso a punta... Fedora aveva sempre una canzone sulle labbra, e metteva le sue proprie parole a musiche note.”
I versi di Canzonette non conoscono schemi ermetici e scorrono svelti nel loro ritmo per lo piú quinario, settenario o endecasillabo.
“I versi somigliano alle bolle | di sapone”, affermava Umberto Saba e come Saba, che fu elegante autore di Canzonette, anche Bianca Tarozzi intende scrivere “cose leggere e vaganti” e, di conseguenza, le sue composizioni si innestano agilmente in quella linea poetica, prolungandola altresí in modi e movenze personali.
Il tempo va a ritroso, si dilata fino all’infanzia: l’autobiografismo insegue la freschezza dei primi accadimenti, che si stagliano ancora netti nella memoria. Allora “la bambina estasiata si credeva | ricca e lo era | ogni mattina che Dio le regalava.” Ammirava “i bianchi labirinti”, i merletti conservati in un cassetto del comò. Anche se il piú prezioso era “il cassetto in alto | perché restava sempre chiuso a chiave” e conservava il fascino dell’ignoto: soltanto con la fantasia poteva essere aperto e riempito d’ogni cosa sognata.
Poi sarebbe arrivato il momento in cui la vita si incarica di distruggere l’incanto dell’infanzia. Quindi si vuole vedere quel che si cela oltre le belle apparenze e si compie il primo delitto, ossia si riduce in polvere la bambola prima tanto ammirata:

Di cosa mi vantavo?
Di aver visto
com’era fatto il gesso:
era dentro lo stesso
come fuori, ma ormai,
senza colore,
era un amore
in polvere.

In queste composizioni sfilano e si dipanano momenti di vita: alcuni si impressero nel ricordo con l’intenso lampo di un’illuminazione subitanea, altri, invece, hanno svelato piú tardi, con l’aiuto dell’elaborazione poetica, tutto il loro significato.
Alla fine della raccolta l’onda del canto s’increspa. Il che avviene, quando sentiamo risuonare tristi canzoni di guerra (“E tremo di paura a quella voce”). E quando un’amica, anzitempo estinta, viene accompagnata nel suo ultimo viaggio verso l’“isola incantata della pace”, scivolando su una laguna che appare quasi “immobile e stupita”, non dissimile da quella che circonda l’“Isola” di Böcklin: solitaria e come sospesa nel tempo.


Sguardi

Frequentavo una scuola commerciale,
un luogo triste, di fronte al Tribunale.
Ma all’una, uscendo, sempre
incontravo un signore
dall’aria benestante,
giacca e gilet di tweed, uno sconosciuto,
e lo fissavo, lo fissavo freddamente
con amore insolente.

Avevo letto in Slataper che mai
le ragazze triestine del suo tempo
avevano risposto a quel suo sguardo
indagatore, intento.
“Non sanno sostenerlo”, aveva scritto.
E la mia bella vittima, lo stesso.


Ars amandi

Amarti o no è il mio
quotidiano travaglio:
ti disfo, ti ritaglio
la testa,
faccio festa
con quella sulla picca:
“Ecco lo scempio
meritato,
le spoglie del nemico!”
Riempio di segatura
il manichino,
lo metto faccia al muro:
“Spregevole spergiuro.”
Eccetera.
Ci dormo su.
Mi sveglio un bel mattino
allegra come un fiore
scrivo rime d’amore,
passo in rassegna le virtú.
E tu
le hai tutte.
La sera invece
è tempo di scongiuri,
di filtri rosso scuri,
monologhi
allo specchio delle brame:
“Chi sarebbe
la meglio del reame?”

Che tu non c’entri
me l’avevi detto.
Il sospetto mi sfiora
a volte, ma lo metto
da parte:
questa è un’arte
per l’arte.


Guerra di posizione

L’afa d’agosto è alquanto
accresciuta dai tuoi silenzi:
lugubri, indifferenti,
ostili, inospitali.
Possibile essere coerenti
in climi non congeniali?
Che si fa nel deserto?
Giochiamo a nascondino
come Rommel?
Vero che preferisco
l’inverno, tu però
esageri col ghiaccio.
Perché mettere in freezer
nei cubetti
dei pezzetti di vita
del tutto inoffensivi?
Meglio augurarci invece
un buon settembre
– propiziatorio dono –
per via che la vendetta
migliore è nel perdono.


Ah

Ah, le conversazioni di una volta
in treno, con perfetti sconosciuti
senza lo ai phone, senza cellulari,
tablet, telefonini,
strumenti vari
per parlare ai lontani
e ignorare i vicini!

Era un americano
giovane ancora, capace di sorprendersi,
meravigliato per quello che vedeva
dal finestrino: un monte nel bel mezzo
della pianura, a un tratto.
E stupefatto delle mie risposte
alle domande serie e rispettose
che mi faceva.
Mi chiese i miei progetti:
per il futuro, che intendevo fare?
“Non ho progetti: Dio deciderà.”
risposi allegramente; infatti allora
vivevo nel presente.
Che bella età! Non l’ho dimenticata.
E Dio decise con un colpo netto:
fece lui il progetto,
mi lasciò tramortita.