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Carlo Cipparrone, Il poeta è un clandestino

| 12,00 € | pp. 128 | 12x18 | 978-88-97726-28-9 | Di Felice Edizioni, Martinsicuro 2013 |

Presa d’atto e, insieme, elogio di una sconfitta, questo libro di versi è il giornale di bordo di una circumnavigazione (conclusasi con un naufragio) intorno a quell’isola mai completamente esplorata che è la poesia: consuntivo sincero e spietato di una lunga permanenza sulla stessa.
La scrittura de Il poeta è un clandestino può definirsi una scrittura dove le questioni metaletterarie si intrecciano ai temi poetici dando vita a un discorso lucido e razionale; l’autore è, infatti, prevalentemente impegnato a indagare e analizzare, ora con maggiore evidenza ora in modo piú sotteso, le ragioni della stessa poesia, la quale, peraltro, si presta a una duplice lettura, o meglio a due livelli di interpretazione: il primo destinato ad una ristretta élite, ovvero agli stessi addetti ai lavori; l’altro, grazie all’apparente semplicità del dettato e dei codici popolari che lo contraddistinguono, a un presunto piú esteso pubblico di lettori.

L’ispirazione, variopinta farfalla
fragile, leggera,
va per campi e calli
zigzagando sui ciuffi d’erba
tra binari e banchine.

Treno straordinario
annunciato da un improvviso fischio,
di rado passa e poco sosta,
da prendere in corsa
rischiando l’inciampo.

Nasce cosí del testo il viaggio:
allontanandosi dalla stazione,
stringendo a sé il bagaglio del senso
confidando nella parola
per difendere il pensiero,
conservarne il dominio
proteggerne l’ala intrepida, il volo.


La ditta Sanguineti

Tre imbianchini – dipendenti
dell’impresa Sanguineti & C. –
stavano rinfrescando le pareti
del negozio Mondadori per voi
approfittando della chiusura al pubblico
dell’esercizio nel giorno di festa.

Uno di loro cadde dalla scala
stringendo la pennellessa in mano,
rovesciando il secchio del colore per terra.

L’indomani quel povero diavolo
morí per trauma cranico.
La ditta chiuse i battenti,
si seppe che non assicurava i dipendenti.
Il lavoro fu lasciato a metà.

Rimase la macchia di vernice sul pavimento.


Il cadavere del Significato

Son tanti i poeti perversi
che, ritenendosi di palato fine,
ostentano snobismo e alterigia.
Odiano semplicità e trasparenza,
amano la pagina esangue,
la frase asfittica, zeppa d’oscure
metafore, d’ermetiche allegorie.
Torcono il naso di fronte
agli onesti poemi,
ostinandosi a uccidere il senso
nei propri versi.

I lettori, ridotti al lumicino,
tornano pazienti ad aggirarsi nei paraggi,
scorrono le pagine dei libri,
sperando che quegli autori siano rinsaviti.

Ma ogni volta s’imbattono
in strani cerimoniali:
assistono ai funerali della poesia
e guardando attoniti le bare allineate
porgono l’estremo saluto
al cadavere del Significato.


La scoperta del critico

Spunta ogni tanto un critico ambizioso
che, stanco di riproporre saggi riciclati
per anniversari di nascite
e di morti di scrittori importanti,
rovistando tra versi dissonanti
e distici armoniosi,
scova un poeta postumo
racchiuso in una cripta.
Di tale sua presunta scoperta
parla e riparla anche a sproposito,
non si capisce se per celebrare
il poeta rinverdito o per rivendicare
il proprio merito d’averlo scoperto.
Di certo quel critico è tradito dall’eccesso:
non sa che sono parimenti ingiusti
l’attuale clamore e il silenzio di ieri.