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Luis García Montero, Cinquantina

Premessa di Paolo Ruffilli
Traduzione dallo spagnolo di Emilio Coco (con testo originale)

| 10,00 € | pp. 174 | 12x18 | 978-88-97726-03-6 | Di Felice Edizioni, Martinsicuro 2012 |

Premessa di Paolo Ruffilli

Esiste una condizione psicologica di confronto consapevole con il vuoto che assedia l’uomo e sottrae credibilità al suo sentire, che in poesia si esprime come tentativo di restituire alle funzioni verbali la razionalità altrimenti, nella vita, insidiata e smarrita (“La solitudine si apprende e si conquista, / anche se giunge a noi / come rivelazione inaspettata / di una sera che gioca con la pioggia”). Senza, con questo, inibire alla parola le virtú liriche, evocative, fantastiche, anzi concentrandole e come allineandole alla retta obliqua che attraversa da una parte all’altra la propria personale esperienza di vita (“Adesso / sento ancora il mio corpo pieno di banderuole / e lo vedo disteso / sopra generazioni di finestre antiche / mentre la notte avanza solitaria e perfetta”). È il caso appunto di Luis García Montero. Ma, rispetto al procedimento piú “visionario” che caratterizza altre sue prove, qui l’autore è andato ricomponendo ancor di piú la consistenza materiale delle cose e degli oggetti, delle situazioni e delle persone, proprio
contro quello spettro del vuoto con cui si misura il suo bilancio dei cinquant’anni (“Le parole, come un tramonto / che si confonde con la notte, / sono sabbia che cade davanti al vuoto”) e attraverso il progressivo uso oggettivante e oggettivato dei “quadri” che compongono la Cinquantina (“le 50 poesie che mi lasciano più tranquillo”, per sua dichiarazione).
Muovendo da una profonda esigenza interiore di verificare con se stesso e di comunicare agli altri la propria visione del mondo e della vita, García Montero costruisce i suoi rigorosi quadri, mirando a isolare i tagli, le fessure, gli scollamenti, in cui si esprime e si dichiara il disagio personale del non-riconoscimento, del vuoto. Ma tale disagio, sia pure dentro i dubbi ed il malessere dell’esistente (ex-sistere è, appunto, balzare fuori di sé), diviene condizione da cui prendere le distanze, insieme accettandone la contraddizione (“Un realista che vive il mondo dei sogni, / un sognatore che vuole vivere la realtà”). E la liberazione, rituale e salvifica, compone la mappa appunto dei “quadri” del proprio percorso poetico, la serie di contrassegni che guidano la marcia verso la riappropriazione nel concreto e nel dettaglio dell’esistenza in tutti i suoi aspetti e in particolare sul fronte dell’amore, in una situazione che prevede addirittura l’identificazione della poesia stessa con la donna amata (“La poesia sei tu, / un taglio netto, / una riga sull’acqua / – se l’acqua è la ragione dell’esistere –, / la donna che si lascia sedurre / per tagliare la testa a un re” e, del resto, “Ci sono anche momenti in cui lasciamo / le parole d’amore e i silenzi / per parlar di poesia”).
Sarà che la lingua castigliana, in virtù dei poeti che l’hanno fatta cantare, risulta sempre più “naturale” di quella italiana nel dar voce poeticamente alle parole dell’amore. Fatto sta che la traduzione di Emilio Coco è capace di trasferire le virtù del castigliano nell’italiano. E la versione italiana funziona proprio come quella spagnola. L’italiano è potente là dove il castigliano è potente, dolce dove il castigliano è dolce, aspro e tagliente dove è aspro e tagliente l’originale spagnolo (“Quando ebbi un amore, / come ogni amore disperato e dolce, / e percorsi le strade / nelle albe del ritorno, / disgraziato e felice come ogni amante, / entrando nei miei dubbi o uscendo dall’albergo, / era lì con me, / il cavaliere dell’autunno”).
Ogni stimolo esterno si fa sentimento e quel sentimento “ditta dentro” la poesia che, con intensa emotività, intreccia l’amore ai problemi esistenziali proiettando tutto nel mondo esterno, dove però i sentimenti si fanno intimi e sacri come in un santuario privato e laico. Si stabilisce ogni volta una relazione tra la complessità dello stato sentimentale interiore e la costruzione del testo secondo un ricco impiego di mezzi stilistici a potenziare la parola (“quando l’amore invade le parole, / batte alle sue pareti, vi evidenzia / i segni di una storia personale / e lascia nel passato dei vocabolari / sensazioni di freddo e di calore” e, ancora, “Se l’amore, come tutto, è questione di parole, / avvicinarmi al tuo corpo fu creare un idioma”). A dominare è l’immaginazione piena di metafore e di simboli, di armonie. Con uno stile personalissimo e un linguaggio vivido di grande libertà espressiva e metrica, Luis García Montero tiene sotto controllo le diverse intonazioni del suo canto di tenerezza e di sincerità, privo di inibizioni e di intellettualismo, nutrito di esperienza più che di saggezza come deve essere appunto nell’amore.


Nota dell’Autore

Spiego alcune cose:
Con la poesia mi succede la stessa cosa che con l’età. Sono contento di essere vivo, ma non mi sento orgoglioso dei miei anni. Se si conserva un minimo di coscienza critica, riesce difficile godere della propria letteratura. Va bene scrivere, aver scritto, mantenere l’ottimismo necessario per continuare a scrivere, ma è quasi impossibile sentirsi orgoglioso della propria opera. Dico che questo succede quando si conserva la coscienza critica. Conosco, tuttavia, autori nei quali l’esaltazione del successo o il rancore dei fallimenti hanno provocato una vanità autodistruttiva, incapace di dubitare della genialità di qualsiasi idea o del valore di una verbosità ridicola. Se si mantengono non solo le scommesse, ma anche le distanze e i sospetti, risulta difficile leggere se stesso con occhi di ammirazione, e dietro ogni verso od ogni pagina si impongono gli occhi del correttore, l’incertezza di ciò che si è fatto e di ciò che si poteva aver raggiunto. Per godere della lettura sono necessari gli occhi dell’ammirazione. Conosco anche casi in cui il lettore professionista si ostina a non gradire il libro che ha tra le mani, sia perché considera che il suo mestiere consista soprattutto nell’individuare orrori, sia perché suppone che il proprio merito si basi sulle debolezze altrui, o perché è arrivato a confondere la dedizione alla letteratura con una guerra di guerriglie, con odi inevitabili tra faziosi. Tra gli impegni che esige l’età, mi sembra che uno dei piú importanti, persino piú di quello di smettere di fumare o di bere, sia il desiderio prudente di mantenere in vita il lettore giovanile che fummo, il ragazzo che rimase abbagliato dalla lettura di un romanzo o di qualche poesia e che si appassionò tanto a ciò che aveva davanti ai suoi occhi da decidere di dedicarsi alla letteratura. Uccidere il lettore adolescente che portiamo dentro è tanto pericoloso quanto perdere la coscienza critica, ci allontana dalle vere dimensioni del fatto letterario, quella complicità che deve stabilirsi tra un autore e la persona che si appropria di lui per sognare, amare, odiare e pensare a una doppia vita. La vera sfida consiste nell’essere esigente, sempre piú esigente, chiedere un buon vino, per assaporarlo non con matematica di enologo, ma con anima di ubriaco. Un sorso forse, soltanto un sorso per non cadere nell’alcolismo e non pagare il conto che ci presentano gli anni. A patto che quel sorso condensi la passione di un ubriaco.
Bere se stesso è pur sempre un atto di cannibalismo, per cui è normale che si rinunci all’ammirazione e ci si dedichi a cercare difetti, a dire questo no e quello nemmeno. Per fortuna ci rimane l’amore per la letteratura degli altri. Delle incertezze che mi producono le poesie che ho scritto solo mi consola la sicurezza di essermi dedicato a un esercizio nobile. La poesia rappresenta per me la solitudine dell’essere umano che rivendica la coscienza individuale in un’epoca propensa a liquidare le coscienze individuali. La poesia rappresenta per me la volontà dell’essere umano che non vuole una solitudine confusa con l’isolamento, l’egoismo, l’aggressività, e per questo cerca spazi pubblici, le poesie, per stabilire un dialogo tra coscienze. La poesia rappresenta per me l’autocontrollo di un essere umano che stanco di vivere di frette, di dogmi – che sono la fretta delle idee –, di offerte di rapido consumo, chiede il tempo necessario per diventare padrone delle sue proprie idee, per attenuare, per mettersi dall’altro lato delle affermazioni o delle negazioni categoriche, per decidere riguardo a ciò che è importante e ciò che è prescindibile. Il poeta che dedica tutto un pomeriggio a cercare una parola rappresenta per me l’essere umano propenso a capire le ricchezze minuziose e innumerevoli della realtà, a responsabilizzarsi delle proprie opinioni e a trovare un modo onesto per conversare con gli altri.
Non sono cattivi tempi per la poesia. Disgraziatamente sono cattivi tempi per la politica, per le illusioni collettive, per il futuro. Perciò in un mondo in cui la malinconia piú grave sorge dalla perdita del futuro, non si può dire che viviamo cattivi tempi per la lirica. La coscienza individuale e le parole intese come uno spazio pubblico sono oggi un bene di prima necessità. Confesso, allora, che la sicurezza di essermi dedicato a un esercizio nobile in tempi di barbarie mi consola dell’incertezza delle mie poesie, a cui mi avvicino con occhi di correttore piú che di lettore.
Adesso che compio 50 anni ho sentito la necessità di fare un’antologia con le 50 poesie che mi lasciano piú tranquillo.
Non vi chiedo ammirazione per me stesso, ma un po’ di tranquillità al momento di leggerle in privato o in pubblico.
Delle centinaia di poesie che ho scritto, e che sono state pubblicate in 9 libri e qualche plaquette, scelgo queste cinquanta, cosciente che l’incertezza facilita l’errore e che è possibile che ogni giorno si avverta nell’alzarsi il bisogno di fare una scelta diversa. So anche che è un capriccio limitare o estendere l’antologia a un numero di poesie che coincida con la mia età. Ma qualche criterio dovevo pur seguire per calmare questi angustiati occhi di correttore che continuano ad accompagnarmi, come contrappunto imprescindibile agli occhi adolescenti con i quali ammiro molti altri poeti. E vi ho spiegato già che con la poesia mi succede la stessa cosa che con l’età. Sono contento di essere vivo ma non mi sento orgoglioso dei miei anni. Cerco, dunque, di presentarvi qualcosa per cui non sento orgoglio, ma neanche paura.
Qualcosa che, in ogni caso, è mio in un modo inevitabile.


Primi versi

Parlo di quegli anni onestamente infranti.
Il vento imprevedibile girava intorno al mondo
tra boschi e cacciatori.
Ma poiché i boschi stanno in ogni parte
che custodisca un dubbio, un rumore o un silenzio,
e dietro all’inseguito c’è sempre un cacciatore,
il vento compariva e scompariva
onestamente grigio in qualunque abbandono.
Per esempio nell’uomo dagli occhi blu che guarda
una città da poco bombardata.
Nel posto del bambino che aspetta un’elemosina.
Nella doccia impossibile della donna del sabato
che congeda il cliente ed apre le finestre.
Nelle spalle di quel ragazzo
percorso dal vento del mondo,
che si porta via tutto,
si porta via tutto tranne il cacciatore,
e tranne la pietà, un’ombra tacita
appresso alla bellezza, ombra che unisce
le mie ultime poesie e i primi versi.

PRIMEROS VERSOS Hablo de aquellos años honestamente rotos. / El viento imprevisible daba la vuelta al mundo / a través de los bosques y de los cazadores. / Pero como los bosques están en cualquier parte / que conserve una duda, un rumor o un silencio, / y siempre hay cazadores detrás del perseguido, / el viento aparecía y desaparecía / honestamente gris en cualquier desamparo. // Por ejemplo en el hombre de los ojos azules / que mira una ciudad recién bombardeada. / En la esquina del niño que espera una limosna. / En la ducha imposible de la mujer del sábado / que abre las ventanas y despide al cliente. / En los hombros de aquel muchacho recorrido / por el viento del mundo, / que se lo lleva todo, / que todo se lo lleva menos al cazador, // y menos la piedad, una sombra callada / detrás de la belleza, una sombra que junta / mis últimos poemas y mis primeros versos.


La poesia

La poesia è inutile, solo serve
a tagliare la testa a qualche re,
o a sedurre una ragazza.
Potrebbe anche servire,
se l’acqua è la morte,
a cancellare l’acqua con un sogno.
E se il tempo le accorda la sua unica materia,
probabilmente serve da coltello,
perché è meglio un taglio netto
quando apriamo la pelle della memoria.
Con un vetro rotto,
il desiderio
fa ferite più sporche.
La poesia sei tu,
un taglio netto,
una riga sull’acqua
– se l’acqua è la ragione dell’esistere –,
la donna che si lascia sedurre
per tagliare la testa a un re.

LA POESÍA La poesía es inútil, sólo sirve / para cortarle la cabeza a un rey / o para seducir a una muchacha. // Quizás sirve también, / si es que el agua es la muerte, / para rayar el agua con un sueño. / Y si el tiempo le otorga su única materia, / posiblemente sirva de navaja, / porque es mejor un corte limpio / cuando abrimos la piel de la memoria. / Con un cristal partido, / el deseo / hace heridas más sucias. // La poesía eres tú, / un corte limpio, / una raya en el agua / – si es que el agua es razón de la existencia –, // la mujer que se deja seducir / para cortarle la cabeza a un rey.


Poetica

Ci sono anche momenti in cui lasciamo
le parole d’amore e i silenzi
per parlar di poesia.
Tu riposi la voce nel passato
e ricordi il titolo di un libro,
la storia di qualche verso,
la notte giovanile di qualche cantautore,
l’importanza che hanno
i poeti e le bandiere nella tua vita.
Io ti parlo di virgole e maiuscole,
di immagini che abbondano o che mancano
e del bisogno di trovare un ritmo
che sostenga la storia,
come si sostengono con le mani
l’umidità e i muri di un castello di sabbia.
E ricordo ugualmente qualche verso
in notti dove virgole e maiuscole,
metafore e ritmi,
scaldarono la mia casa,
mi fecero compagnia,
mi seppero convincere
col tuo stesso potere di seduzione.
So già che altri poeti
si vestono da poeta,
vanno negli uffici del silenzio,
gestiscono le banche del fulgore,
calcolano con essenze
i saldi dei loro fondi interni,
sono fiaccola di re e di dèi
o sono lingua d’inferno.
Sarà che hanno un’anima.
Io mi accontento di avere te
e di avere coscienza.

POÉTICA Hay momentos también en que dejamos / las palabras de amor y los silencios / para hablar de poesía. / Tú descansas la voz en el pasado / y recuerdas el título de un libro, / la historia de unos versos, / la noche juvenil de algunos cantautores, / la importancia que tienen / poetas y banderas en tu vida. / Yo te hablo de comas y mayúsculas, / de imágenes que sobran o que faltan, / de la necesidad de conseguir un ritmo / que sujete la historia, / igual que con las manos se sujetan / la humedad y los muros de un castillo de arena. / Y recuerdo también algunos versos / en noches donde comas y mayúsculas, / metáforas y ritmos, / calentaron mi casa, / me dieron compañía, / supieron convencerme / con tu mismo poder de seducción. // Ya sé que otros poetas / se visten de poeta, / van a las oficinas del silencio, / administran los bancos del fulgor, / calculan con esencias / los saldos de sus fondos interiores, / son antorcha de reyes y de dioses / o son lengua de infierno. // Será que tienen alma. / Yo me conformo con tenerte a ti / y con tener conciencia.