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Il supremo fine. Episodio dal Mahābhārata

Traduzione dal sanscrito in ottava rima di Michele Kerbaker. Prefazione di Carlo Formichi e Vittore Pisani

| 7,00 € | pp. 50 | 12x18 | 978-88-97726-01-2 | Di Felice Edizioni, Martinsicuro 2012 |

In questo breve episodio, in cui Bhīsma non appare, Yudhisthira e i fratelli nonché Vidura discutono su ciò che si abbia da tenere sommo tra i fini della vita contenuti nel Trivarga: Kāma (Piacere), Artha (Utile, Ricchezza) e Dharma (Virtú, Dovere).
Interrogati dal re, i fratelli di lui e Vidura si dichiarano per l’uno o per l’altro dei tre principii, asserendo tuttavia la necessità che tutti e tre vengano a volte a volte seguiti; a queste conclusioni della sapienza mondana ed exoterica Yudhisthira contrappone nella sua risposta l’ideale della sapienza esoterica, che ripudia i tre fini terreni e proclama la liberazione dal dolore del Samsāra nel distacco completo da ogni affetto: la morale insomma della Bhagavadgītā che insistentemente si riaffaccia in tutto il Mahābhārata.


«Il Kerbaker ... era un letterato senso piú eletto della parola, e, quantunque tenesse propriamente cattedra di linguistica indoeuropea e fosse specialista nel sanscrito, possedeva una larghissima conoscenza delle letterature e lingue antiche e moderne, e un’ottima educazione umanistica, o rettorica che si dica, nell’arte dello scrivere italiano. Scrisse molte memorie in materia filologica e critica, perfettamente informate, giudiziose anche, ma non molto originali né per indagine né per pensiero direttivo; e spiccatamente letteraria era la fantasia che portava nei suoi testi indiani, onde gli episodi delMahābhārata gli si dispiegavano in ottave di fattura ariostesca. Si sarebbe detto che egli avesse nell’anima piú l’Ariosto e gli altri poeti italiani che non i poeti indiani ... Del resto il Carducci a ragione ammirava nel Kerbaker ‘la larga e forte dottrina e la corretta e varia facilità del verseggiare italiano’».

BENEDETTO CROCE, «Critica», 1940


E poiché Bisma fu visto tacere,
il re co’ suoi tornossi alla magione
e ivi a Vidura, il saggio consigliere,
e a’ suoi fratelli pose tal questione:
« La Virtú in somma, l’Utile, il Piacere
sono i moventi d’ogni umana azione;
qual dei tre ancora non ben mi raccapezzo
vada prima, qual dopo e qual da sezzo.

Qual piú dei tre vaglia a vincer la terna
delle peccata ch’han nel mondo impero,
o spiegatemi voi, sí ch’io discerna
– e qui ne chiedo te, Vidura – il vero ».
E Vidura che fisso nell’eterna
delle cose vicenda avea il pensiero,
cotal diede risposta risultante
dal meditar delle Scritture sante:

« Lo studio, la pietà, in donar larghezza,
la carità, la fe’, la penitenza,
il perdon delle ingiurie, la schiettezza
traggon dalla Virtú la loro essenza;
la Virtú segui e il cuore a quella avvezza.
Non ponno star l’uno dell’altro senza,
cred’io, l’Onesto e l’Utile; e val sola,
a nomar l’uno e l’altro, una parola.