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Bianca Tarozzi, La signora di porcellana

Premessa di Gio Batta Bucciol
Postfazione di Stelvio Di Spigno

| 9,00 € | pp. 72 | 12x18 | 978-88-97726-07-4 | Di Felice Edizioni, Martinsicuro 2012 |

Dalla premessa di Gio Batta Bucciol

Sostenuti dalla rima, i versi di Bianca Tarozzi fluiscono rapidi e veloci come i rivi o l’acqua degli antichi “navili” che un tempo scorrevano a Bologna. Ma godere in fondovalle dell’acqua fina e trasparente, popolata di girini, significava per lei vivere la gioia del presente assoluto. All’apertura della raccolta si evoca l’infanzia, l’età che tutto fonde nei colori della fantasia, in cui si è tutt’uno con Dio e ci si sente al centro del cosmo:

Il cielo, prima,
si muoveva con me
girando attorno
al sole con la luna e con le stelle.

Nell’infanzia ogni cosa è possibile: una aerea schiera di moscerini – pensava un’altra poetessa, Rose Ausländer – può addirittura mettere in moto l’intera volta celeste. Ma nelle poesie di Bianca Tarozzi assistiamo anche alle piccole storie del quotidiano – l’incontro con Mara o l’inverno 1946 – che l’autrice struttura come un racconto in versi. Si inserisce, cosí, in una lunga tradizione che annovera, nella letteratura italiana, autori come Gozzano o Pascoli, anche se la dimestichezza con la letteratura angloamericana la accomuna ai postmodernisti da lei tradotti, come, ad esempio, Elizabeth Bishop. Si ripropone la poetica dell’oggetto recuperato dalla memoria, sia esso rappresentato dagli orecchini luccicanti della siciliana, dai lini del corredo, dallo straccetto ricamato, dalla stufa rossa... [...]


La signora di porcellana

I

Ieri notte ho sognato che la bella
signora dal vestito svolazzante
viola, di porcellana,
l’esile dama stile Novecento
che trattiene con gesto
elegante il cappello
– regalo che mia madre
ebbe da suo fratello nel Quaranta –
si era rotta. Mia figlia per errore
l’aveva rotta e poi risistemata
lasciandola appoggiata alla sua nicchia.
E la figura quando la toccavo
si sgretolava, e infine
davanti ai poveri pezzi inaggiustabili,
leggeri, fragili,
sparsi, piangevo:
“Sei cattiva, cattiva!” le dicevo.
Mia figlia mi guardava, non capiva
il mio dolore. “Il regalo della nonna!”
E le additavo, lí, la bella donna
di porcellana in pezzi.
La volevo attaccare con la colla
ma mancavano i pezzi – ed il frammento
che avevo in mano, ecco, ancora lo sento:
leggero, cavo.


II

Questo sarebbe giugno? Le giornate
buie, adagiate
sotto un tanfo di nuvole... e stamane
il sole, come a fare uno sberleffo,
ha brillato un minuto e poi ha smesso.
Mi fan male le ossa dappertutto,
non riesco a respirare, ormai la febbre
è salita a trentotto.
Ed è cosí da giorni, da domenica.
Sto male... e non mi riesce di restare
distesa a riposare.

Il telefono. Mi alzo con fatica.
Lorraine da Londra – pessime notizie.
Jane – un’amica – in coma all’ospedale
(la dovevo vedere qui in agosto...)
Lorraine mi chiede di telefonare
al marito, se posso.
David? Ma io
quasi non lo conosco!
Lo avrò visto tre volte in vita mia!
“È a casa, gli ho parlato. All’ospedale
c’è sua sorella Irene.
Ora lo trovi se gli vuoi parlare.”

III

David in mio onore aveva
imparato a memoria, in italiano,
– lingua a lui poco nota – per intero
“Tanto gentile e tanto onesta pare”.
Un bel pensiero.
Quanti anni fa? Eppure ora lo sento
scandire senza accento,
scandire con puntiglio, con amore
quelle antiche parole.
Il resto l’ho scordato.
Dov’eravamo? A York?
Ma Jane non l’ascoltava.
Rosemary – la bambina – saltellava
qua e là sul prato.
Erano i primi passi.

La casa era minuscola,
minuscolo il giardino. Nel soggiorno
posata sul ripiano del camino
una mia cartolina, una veduta
fiorentina di colli e di cipressi.
Amici. Certo, ero amica di Jane
– a Scottish rose – castana, occhi pervinca,
una bellezza semplice e maestosa –
bella come una rosa quando è bella.

Conosciuta a Victoria, poi rivista
in Italia con Rosie, amica sua.
Oh la pazza allegria di quell’incontro!
Tutto era nuovo e semplice per noi:
incontravi qualcuno e ci parlavi
e diventavi amica per la vita!
E quella volta poi com’era andata?

Vennero a casa mia
a Bologna e Jane Gardner si comprò
una seta colore dei suoi occhi.
Se l’era avvolta intorno: “Come sto?”
Ah, non pareva figlia di mortali!
E cosí, sempre, la ricorderò.

Qualche anno dopo la rividi a Kensington;
ci scambiavamo i libri: Tolstoj, Salinger,
“Storia di un pellegrino”... parlavamo
con grande serietà: “Nella mia vita
c’è già qualcuno...” “Dimmi, credi in Dio?”
“Ci credo.” “Anch’io...” “Ma in chiesa no, non vado.”
E mi parlò di David: “Quando andrai
a Cambridge lo vedrai.
Sii gentile con lui, but not too kind.”


IV

Al telefono David mi risponde
quietamente: “It’s so kind
of you to phone. Your voice is very clear,
as if you were
here, very near.”
Ma Jane?
Jane se ne è andata
in pace, quietamente,
è andata, è trapassata
“a few minutes ago”. Non siamo tristi,
dice, soffriva troppo. “We are not sad”
(No, non dobbiamo. Faremo come lei
voleva... ci ritroveremo)

È strano... strano...
io che non ho un parente
di cui valga la pena di parlare
sono vicina a questo sconosciuto
proprio in questo minuto, nel minuto
successivo al trapasso, in ospedale
di Jane (Tanto gentile e onesta pare...
che gli occhi non l’ardiscon di guardare...)

E il vestito di seta? L’avrà messo
certo per David – ma era viola, azzurro
o ciclamino? Adesso
lo confondo con l’altro, color vino
e gonfiato dal vento della dama,
della mia statuetta in porcellana,
intatta, sul ripiano.
Sí, ci vedremo presto, dico a David.
Vi abbraccio, vi aspettiamo...


V

Jane, eri tu la signora del sogno?
Ero io, siamo noi? Ma che ne è stato
dei vestiti di seta, della vita
che vedo ora, in un lampo
passare, in una raffica di vento?
Dimmi, che cosa uccide?
È l’amore che brucia? Sono i figli?
E per questo sgridavo la bambina
nel sogno, che era in pena
e non capiva cosa aveva fatto?
Jane eri tu? Ho promesso
a me stessa, che sí, che avrei provato
a rimettere insieme tutti i pezzi
che avevo, che ho trovato,
e vorrei farlo adesso
quando ormai mi è impossibile distinguere
nella vita, la gioia dal dolore:
ogni cosa è un a fondo di fioretto
che mi colpisce al petto, un po’ a sinistra.
Sí, vi aspetto, vi aspetto,
David Matthew
Rosemary Toby.